Itinerari by ASPROMONTEBIKE

Reggio - Pentedattilo
Chilometri totali: circa 65 andata e ritorno
Tipo di percorso: 98% asfalto; 2% cemento e sassi conficcati nel terreno in prossimità del "borgo" (scivoloso in presenza di acqua per via della brevissima, ma ripida salita) Dislivello totale: mt. 300 Altitudine max: 300
Difficoltà percorso: facile Tempo di percorrenza: 3 ore andata e ritorno
Periodo di percorribilità: tutto l'anno.
Rifornimento d'acqua: Chiesa di Ravagnese - vecchia statale 106 - Annà di Melito





  

L'itinerario qui descritto si può inserire di diritto tra quelli di interesse storico-culturale, infatti andiamo a visitare il paese abbandonato di Pentidattilo che è arroccato su una collina sopra Melito Porto Salvo. i può partire dalla Chiesa di Ravagnese (nell'omonimo rione alla periferia sud di Reggio Calabria), dove ci si può rifornire d'acqua, percorriamo la vecchia statale 106 (nazionale) che attraversa le località S. Gregorio, Pellaro, Bocale, Lazzaro dove c'immettiamo sulla SS106 e dopo 20 km dalla partenza affrontiamo il Capodarmi (90 mslm), proseguendo verso Melito raggiungiamo l'uscita per Annà di Melito dove, andando a sinistra, dopo circa 500 metri svoltiamo ancora a sinistra per affrontare i circa 4 chilometri della salita che ci porterà ai 300 mt di Pentidattilo.
Nell'affrontare la non impegnativa salita abbiamo modo di ammirare il volo di quattro grossi corvi che, gracchiando, volteggiano a poca distanza sulle nostre teste e ne approfittiamo per scattare alcune foto al panorama circostante tra cui il versante sud/est della collina che sovrasta Pentidattilo. Raggiunto il borgo con le sue case diroccate, affrontiamo una ripida e breve rampa in cemento che ci porta davanti alla chiesa dove lasciamo le mtb per fare un giro tra i ruderi. Percorrendo una stretta scalinata alle spalle della chiesa raggiungiamo la sommità della collina dove ci sono i ruderi del castello e da dove si possono ammirare i contrafforti preaspromontani.

Interesse Storico - Culturale
Pentedattilo sorge in una pittoresca posizione tra le colline che si affacciano sul mar Ionio. Già dal litorale si può ammirare il vetusto e storico paese, costituito da un grappolo di case aggrappate alla roccia maestosa, che ha la forma di una mano ciclopica, da dove prese il nome "PENTEDATTILO", che in greco vuol dire "cinque dita" PENTHE=cinque; DAKTYLOS= dito).
La storia delle antichissime origini di Pentidattilo è avvolta ancora oggi in un velo di mistero. Molti studiosi affermano che le sue origini risalgono alla dominazione Bizantina e alle migrazioni monastiche Basiliane, altri affermano che risalga alla dominazione romana o a quella greca.

 

Durante il periodo fino al 1600 Pentidatillo fu una importante fortificazione di frontiera a salvaguardia delle coste Calabresi contro le incursioni degli arabi di Sicilia. Nel XIII secolo, durante il periodo Normanno, Pentidattilo diventò una Baronia prima sotto gli Abenavoli, baroni di Montebello, poi sotto gli Alberti. Nel 1686 si consumò una terribile strage che fece rimbalzare il paesino dalla quiete alle pagine della storia e della leggenda: nella Pasqua di quell'anno gli Abenavoli, con il favore della notte, entrarono nel castello degli Alberti e massacrarono l'intera famiglia. A seguito di questo fatto nacquero varie leggende: una dice che un giorno l'enorme mano si abbatterà sugli uomini per punirli della loro sete di sangue oppure si dice che le torri in pietra che sovrastano il paese, rappresentano le dita insanguinate di una mano ed è per questo motivo che Pentedattilo è stata più volte indicata come la mano del Diavolo e si dice che la sera, in inverno, quando il vento è violento tra le gole della montagna si riescono ancora a sentire le urla del MARCHESE ALBERTI". L'economia del borgo era basata sull'agricoltura e sul piccolo allevamento, il suolo poco fertile e scosceso non permetteva di essere sfruttato con risultati soddisfacenti. L'unica risorsa erano i gelsi che consentivano l'allevamento del baco e quindi la produzione di sete. Si coltivavano anche la vite, l'olivo e il mandorlo; noci e alberi da frutta in misura ristretta. Nelle zone più montuose si facevano pascolare gli ovini. I prodotti ottenuti da queste attività erano appena sufficienti per il sostentamento della popolazione che nel XVII secolo ammontava a circa 700 abitanti. Gli scambi commerciali con i centri vicini riguardavano solo la seta grezza e gli attrezzi agricoli.

By: Pasquale Lacava e Filippo Labate.
E' gradita una comunicazione agli autori in caso di eventuali errori nella descrizione dell'itinerario.

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