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Itinerari by ASPROMONTEBIKE |
L'itinerario qui descritto si può inserire di diritto tra quelli di interesse
storico-culturale, infatti andiamo a visitare il paese abbandonato di Pentidattilo che
è arroccato su una collina sopra Melito Porto Salvo. i può partire dalla Chiesa di
Ravagnese (nell'omonimo rione alla periferia sud di Reggio Calabria), dove ci si può
rifornire d'acqua, percorriamo la vecchia statale 106 (nazionale) che attraversa le
località S. Gregorio, Pellaro, Bocale, Lazzaro dove c'immettiamo sulla SS106 e dopo
20 km dalla partenza affrontiamo il Capodarmi (90 mslm), proseguendo verso Melito
raggiungiamo l'uscita per Annà di Melito dove, andando a sinistra, dopo circa 500
metri svoltiamo ancora a sinistra per affrontare i circa 4 chilometri della salita che ci
porterà ai 300 mt di Pentidattilo.
Durante il periodo fino al 1600 Pentidatillo fu una importante fortificazione di frontiera a salvaguardia delle coste Calabresi contro le incursioni degli arabi di Sicilia. Nel XIII secolo, durante il periodo Normanno, Pentidattilo diventò una Baronia prima sotto gli Abenavoli, baroni di Montebello, poi sotto gli Alberti. Nel 1686 si consumò una terribile strage che fece rimbalzare il paesino dalla quiete alle pagine della storia e della leggenda: nella Pasqua di quell'anno gli Abenavoli, con il favore della notte, entrarono nel castello degli Alberti e massacrarono l'intera famiglia. A seguito di questo fatto nacquero varie leggende: una dice che un giorno l'enorme mano si abbatterà sugli uomini per punirli della loro sete di sangue oppure si dice che le torri in pietra che sovrastano il paese, rappresentano le dita insanguinate di una mano ed è per questo motivo che Pentedattilo è stata più volte indicata come la mano del Diavolo e si dice che la sera, in inverno, quando il vento è violento tra le gole della montagna si riescono ancora a sentire le urla del MARCHESE ALBERTI". L'economia del borgo era basata sull'agricoltura e sul piccolo allevamento, il suolo poco fertile e scosceso non permetteva di essere sfruttato con risultati soddisfacenti. L'unica risorsa erano i gelsi che consentivano l'allevamento del baco e quindi la produzione di sete. Si coltivavano anche la vite, l'olivo e il mandorlo; noci e alberi da frutta in misura ristretta. Nelle zone più montuose si facevano pascolare gli ovini. I prodotti ottenuti da queste attività erano appena sufficienti per il sostentamento della popolazione che nel XVII secolo ammontava a circa 700 abitanti. Gli scambi commerciali con i centri vicini riguardavano solo la seta grezza e gli attrezzi agricoli. By: Pasquale Lacava e Filippo Labate. |
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